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Ascolto l’onda d’urto del tuo disincanto espandersi
tra residui di rovi selvaggi e scarlatti cinorrodi,
tra rimasugli di rose sfiorite, sguscianti petali esangui.
Non può, uno scudo di foglie sempreverdi
proteggermi dallo sciabordio del tuo spasmo,
dall’incessante impulso di un intimo orgasmo.
Non ti solletico più, ho spennato tutte le piume
in imprudenti volteggi pindarici al di là del fiume.
Ritorno implume, pullo incustodito
ch’apre il becco ad ogni minimo fruscìo,
ch’aspetta il nutrimento con la fiducia corrotta
dal tuo volo che s’è allontanato dal mio.
Ho l’animo glabro.
Disadattato, vocalizza ancora il tuo nome
e indaga tra le spaccature di un costato trafitto,
incurante di questo tuo affondar di lame.